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L’onomastica isolana

Conferenza tenuta ai Rotary di Ischia

 

GENTILISSIMI,

ringrazio innanzitutto il Presidente del Rotary club Isola d’Ischia,  dott. Danilo Borsò, per l’invito e Voi tutti per la partecipazione a questa serata.

L’argomento che tratterò stasera si presta facilmente ad uno di quei giochi culturali dei club inglesi in cui i convenuti si divertivano a giocare con il tempo e ipotizzare scenari.

Il titolo già richiama l’argomento e nasce dall’esigenza di dare una risposta ad una mia personale curiosità sulla storia di Ischia.

Perché ai foriani viene, ancora oggi,  attribuito il detto “sangue e turc”?

Questa breve ricerca, supportata da documenti storici spesso inediti, nasce da un detto ricorrente nella cultura popolare ischitana, in riferimento al carattere un pò bizantino del popolo di Forio.  E’ ricorrente infatti che i foriani siano additati dagli altri abitanti dell’isola con questa espressione.

Avendo la passione della storia locale, ho cercato, invano, tracce negli scritti di D’Ascia e di altri storici, di una occupazione stabile saracena o turca sull’isola d’Ischia.

Non riuscendo a trovarne traccia ho quindi cercato i lineamenti di una ricerca “parallela”,  unendo insieme documenti e tradizione popolare per tentare di delineare una sorta di genealogia degli abitanti dell’isola.

Va precisato che l’epoca storica di riferimento è infinitamente vasta perché copre un periodo che va dalla caduta dell’Impero romano al Seicento.

Il primo aiuto non è dato da polverosi libri antichi, ma dalla scienza: una ricerca, condotta dall’Università di Napoli, su una malattia molto diffusa a Ischia: i cittadini isolani  sono portatori di una mutazione genetica che li espone a maggior rischio ictus e trombosi rispetto alla popolazione generale sia della Campania che d’Italia.

Il gene imputato, si chiama VHL (von Hippel Landau) e sarebbe responsabile della policitemia congenita.
Fulvio Della Ragione, professore di Biochimica, Bruno Nobili, direttore della Pediatria e Silverio Perrotta ricercatore pediatra, sono gli autori dello studio.
Avvertono che la frequenza di mutazione genetica che caratterizza la policitemia individuata negli abitanti dell’ isola verde, è stata identificata finora solo in una regione della Russia, a Chuvash.

Leggiamo la cronaca di Repubblica:  «Il perché del fenomeno è ancora un mistero», dicono.
«E cosa abbia determinato la maggiore localizzazione di questa forma di policitemia in due regioni così distanti, la Russia e la Campania è attualmente oggetto dei nostri studi, anche perché dall’approfondimento si potrebbero evidenziare antichi rapporti tra le due popolazioni»

E’ probabile, ipotizzano i medici, che nel Medioevo una parte degli Unni si sia spinta fino a Ischia e qui si sia stanziata.

E’ una tesi scientificamente attendibile, supportata da validi elementi, ma torniamo agli arabi e ai turchi.

Unica traccia conosciuta nella storia ufficiale risale all’anno 812, in una lettera di Papa Leone III nella quale si informa l’imperatore Carlo Magno di devastazioni occorse nell’area, chiamando l’isola “Iscla maior”.

Devastazioni e incursioni che non implicano lo stanziamento, anzi proprio per il tono della lettera di Leone III si capisce che la popolazione locale subisce questi attacchi sporadici e soffre: quello del Papa è un appello affinché la popolazione sia messa al sicuro.

Per capirne di più dobbiamo partire da una branca della linguistica nata nel 1850: l’OMOMASTICA.  L’onomastica ha trovato impiego diffuso nell’ambito di indagini storiche per accertare la presenza di minoranze etniche all’interno di una più popolazione numerosa.

E quindi procediamo con l’onomastica partendo dal nome stesso dell’isola: alcuni studiosi ricollegano il termine alla parola di origine semitica i-schra, “isola nera”.
Uno studio particolare di Vincenzo Padula, erudito di fine Ottocento, dimostra che l’etimologia di Ischia non sia di origine greca o araba ma ebraica. “I-esch” significa isola del fuoco.

L’onomastica medievale è importante perché – a differenza di quanto normalmente crediamo –   molti dei nomi attribuiti alle località dell’isola, in realtà nascono proprio nel Medioevo,  e la loro  radice è greco – bizantina, non greco classica.

Il processo d’origine e di fissazione dei cognomi si compie tra il 9° e il 16° secolo nella maggior parte d’Europa.

Per iniziare questa analisi sono  partito  da un cognome molto diffuso: Iacono, particolarmente presente in Sicilia e a Ischia.
In Sicilia e precisamente in provincia di Trapani, nel comune di Valderice, esiste anche una frazione denominata “Iacono Pietro”.
Avendo il sospetto dell’origine araba di questo cognome ho interpellato una delle più valenti islamiste italiane: la dottoressa Rita di Meglio.
La dottoressa Di Meglio ha confermato  la mia tesi: il nome “Iacono” deriva da una parola araba  che significa “uomo forte e coraggioso”.
Gli Iacono sono presenti – a suo dire – in Sicilia dai tempi della dominazione araba quindi dal 827 al 1072.

A confortare questa tesi c’è un documento storico: il diario di Stefano Iacono detto il Parroccio, conservato presso l’emeroteca Valentino.

Ricostruiamo  la loro storia:  la famiglia Iacono è una famiglia di mercanti che dalla Sicilia inizia a trafficare lungo le coste del Tirreno e giunge a Ischia,  precisamente prima a Sant’Angelo e poi si insedia a Serrara e successivamente a Forio.
Esattamente come fecero i fenici prima e i greci poi.

Per conoscere le origini di un’altra famiglia storica isolana dobbiamo sempre tener presente il Medioevo.

Le cronache del Pontano e di altri storici napoletani, riprese da D’Ascia, ci narrano le gesta di una famiglia di pirati che si insedia a Ischia: i Cossa di origine francese, giunti sull’isola al seguito di Carlo d’Angiò.  Insieme ai Cossa giunse al seguito di Carlo d’Angiò anche i Monti e altre famiglie.
Famosa è la vicenda di Baldassarre Cossa divenuto Papa con il nome di Giovanni XXIII, poi ridimensionato ad antipapa dalla storia vaticana. Meno famose sono le gesta del fratello Gaspare e della famiglia, i quali spadroneggiavano con le loro navi come pirati saccheggiando le navi di passaggio e diventati famosi per le loro gesta di abilità marinaresca. Gaspare da pirata divenne ammiraglio della flotta romana del Papa.

Quelli dei pirati isolani è una storia poco nota ma interessantissima: l’isola fin dalla colonizzazione greca, proprio per la sua morfologia di promontori e insenature è la sede privilegiata dei pirati del Mediterraneo.  Ma questo merita un approfondimento a parte.

I pirati più abili e famosi  furono i “Salvacossa”, sempre di origine francese. Non sappiamo se la casata sia unita o divisa da quella dei Cossa. La questione fu dibattuta per secoli dai genealogisti dell’ottocento  (Scipione Ammirato, Carlo Borrelli, Carlo De Lellis, Sigismondo Sicola) senza giungere ad una conclusione definitiva.
I Salvacossa sono una famiglia  tanto importante da decidere le sorti di una delle guerre più importanti della storia medievale del Mediterraneo: quella tra angioini e aragonesi e dei vespri siciliani.  La marineria di Ischia e Procida è talmente famosa all’epoca da essere immortalata nella famosa novella del Decamerone di Boccaccio.

E fin qui abbiamo trovato unni,  arabi e francesi: siamo nel 1200 – 1300.

Proprio in questi anni avviene uno degli episodi più importanti della storia d’Ischia: l’eruzione che distruggerà la città medioevale di Geronda.

Ischia – secondo i documenti  pubblicati da Don Agostino Lauro nel 1964 – nel duecento si divideva in otto villaggi: Campagnola, S. Sosio, Mezzavia, Gerone, Limite, Forio, Moropane e Serrara.
Nel 1301, sotto il regno di Carlo d’Angiò, inizia l’eruzione che durò due mesi e fu detta “del Cremato”.

E qui nasce il primo problema. Secondo  Gina Algranati un nucleo di circa 1700 famiglie trovano rifugio nel Castello e si salvano. Successivamente l’isola fu ripopolata da varie famiglie provenienti da Terra di Lavoro.

La descrizione della Algranati non corrisponde invece a quella che abbiamo trovata in un libro di Giovanni Francesco Lombardi del 1559, poco noto agli storici isolani.

La descrizione di questa eruzione ci viene infatti raccontata, dettagliatamente, dal canonico Francesco Lombardi che al capitolo 77 scrive (in latino): “per il fuoco molti uomini e animali perirono per due mesi l’incendio divorò ogni cosa. Molti derelitti abitanti dell’isola scapparono a Capri, Procida Baia, Pozzuoli e  Napoli. Non nacque più erba. Per due miglia in longitudine e per medium in latitudine, le Cremate.”

La descrizione del canonico Lombardi ci dice quindi una cosa diversa: l’isola fu abbandonata e i sopravvissuti ebbero il tempo di scappare.  Poi, fu ben presto ripopolata e due mesi dopo, finita l’eruzione, tutti ritornarono.
Il nucleo originario dell’isola quindi ritorna e ciò può spiegare anche la ricerca dell’Università di Napoli sugli Unni.

La colata lavica è ancora ben visibile: va dalla salita di Via Alfredo De Luca alla Mandra, due miglie circa di latitudine, come diceva appunto il Lombardi.

E’ molto probabile che in questo periodo, dpo l’eruzione, giunga a Ischia da Terra di Lavoro, un’altra famiglia che avrà un ruolo nella storia isolana: i Mazzella.

Un’altra data storica per la onomastica isolana, sempre nel Medioevo, è la conquista di Ischia da parte di Alfonso d’Aragona.
Partito dalla Spagna per costruire un impero, giunge prima in Sardegna e poi a Ischia e qui per l’importanza strategica di Ischia nel Mediterraneo non solo costruisce la più  importante base  militare spagnola, che resterà inespugnabile per oltre 400 anni, ma regala le terre isolane ai suoi soldati più fedeli: i Lanfreschi, i Cervera, i Zabatta, i Zavota, i Di Meglio etc.
Queste famiglie, proprio grazie alle terre regate da Alfonso il Magnifico avranno anche nei secoli successivi una rilevanza maggiore rispetto a tutte le altre famiglie che precedentemente vivevano sull’isola: i Calise (nome probabilmente di origine bizantina quindi greco-turca), i Melfitano (diventati poi Amalfitano) probabilmente lucani., i Trani, etc.

Non solo,  Alfonso il Magnifico regala ai suoi soldati, ormai stanziati sull’isola, anche dei diritti che nessun altro abitante del Regno delle due Sicilie potrà  mai vantare: i diritti o privilegi aragonesi.
Altra traccia “biologica” della presenza spagnola è un’altra “malattia”  presente negli abitanti dell’isola: l’ ipercolesterolemia, presente in una alta concentrazione sia nella regione spagnola della Aragona che sull’isola.

Quindi Unni, francesi, arabi, turchi e adesso anche spagnoli.

Ischia diventa poi il centro del Regno delle due Sicilie dell’Inquisizione, basti pensare che il cardinale Virgilio Rosario, componente del Tribunale della Santa Inquisizione,   regge la nostra diocesi dal 1554 al 1559.   Rosario, insieme ai cardinali Reuman, Ribida e Chisleri  fa parte della commissione che giudica il card. Moroni e che mise sotto accusa persino Filippo Neri, il quale  sarà successivamente santificato.

Ischia è considerato  per la chiesa spagnola il luogo più sicuro, sia per la presenza di famiglie spagnole, sia per la grande partecipazione al culto,  sia per l’inespugnabilità della fortezza,  e quindi diventa la sede privilegiata per obbligare gli ebrei più duri  restii,  alla conversione, i cosiddetti “marrani”.

I documenti sono pressochè scomparsi, sia dagli archivi comunali che in quelli vescovili, ma anche in questo caso sono stato “fortunato” a posso  riscontrare questa tesi con documenti inoppugnabili.
In un libro delle spese degli eletti ischitani del 1600 ho trovato ben due annotazioni: “per gli ebrei, fatti cristiani ducati 12.”  Erano i soldi che le città di Ischia e del Terzo (Casamicciola, Lacco,  Barano e Serrara)  versavano alle chiese di Serrara e a quella di Ischia ponte per la conversione di due ebrei.  Un documento inoppugnabile.

Gli  ebrei convertiti prendevano il nome  “De Sion” che si trasformerà in De Siano, Desiato, etc.
Dei turchi o degli arabi nessuna traccia se non quella degli Iacono e forse dei Calise. Anzi, in una notte d’estate di metà cinquecento  un pirato arabo, Dragut, per vendicarsi della strage conquita a Tunisi da Signore di Ischia,  D’Avalos,  rapisce ben 4000 giovani isolani, li porta a Tunisi come schiavi e li converte all’Islam.  E’ probabile quindi che il sangue “ischitano” sia più in qualche giovane tunisino che il “sangue” turco in quello foriano.

Altri cognomi isolani, sempre nel medioevo, prendono spunto dai mestieri che svolgevano: Impagliazzo, Barile, Barrile,  etc era legati al legame con l’attività dell’impagliatura o all’industria vinicola.

Altri cognomi invece derivano da una storia più recente molto come – ci racconta Giovan Giuseppe Cervera – secondo il quale  i  Ferrandino  erano coatti (spesso anche prigionieri politici)  costretti ai lavori forzati nel porto di Ischia che, in virtù del lavoro e dell’opera svolta ritornano liberi, assumendo un cognome tipo “feradino”.

Oppure come  i Sorrentino,  il cui capostipide giunge a Ischia come custode del carcere borbonico del Castello dove vigilava sui “feroci”, i criminali più spietati del Regno. Tra questi,  il famoso Gaetano Mammone le cui gesta crudeli sono state tramandate fino a noi.  Per evocare e incutere paura si diceva ai bambini:  “se non fai il bravo viene mammone”.

Nell’Ottocento, e qui c’è una traccia precisa negli archivi del Comune di Barano: un gruppo di famiglie di soldati corsi al seguito di Napoleone Bonaparte, terminate le varie campagne investe sull’isola i propri soldi e  acquistando terreni e trasferendosi a Buonopane: i “Napoleone.”

Visto che la cosa ci appassiona concludo con il mio cognome Braco Valentino.  Anche i Braco sono probabilmente (ma non ci sono fonti storiche)  “marrani”, cioè ebrei convertiti. Infatti questi prendevano spesso il nome della città di provenienza.
Nel caso specifico di “BRAGA”, citta portoghese da dove scapparono dopo il massacro del 1506 di Lisbona. Un’altra fonte li indica invece come originari della Brianza, dove il cognome BRACCO perde una C e diventa Braco.
I Valentino hanno invece una origine storica certa: sono originari di Costantinopoli da dove scapparono dopo la caduta della citta del 1453 per rifugiarsi in Puglia e Calabria.
Cosa curiosa è nel registro dei nati e dei morti del Castello di Ischia, conservato nell’emeroteca, nasce da un soldato borbonico  calabrese di Pizzo, nel 1837, tale Giuseppe Valentino, probabilmente bisnonno di mia nonna. L’isola era nel nostro destino.

Da dove deriva quindi in conclusione il detto “Sangue e turc”?

La mia tesi si conclude con una tesi che non è dimostrabile, ma è plausibile.
Fino agli anni ‘50 l’isola non presentava una urbanizzazione così accentuata come la viviamo oggi.
I “campanili” avevano il loro valore e rappresentavano una comunità chiusa.
Tanto chiusa che fino agli anni ‘50 – per fare un esempio – gli abitanti del ponte e quelli del porto di Ischia si odiavano.
La cronaca locale racconta di un tale, un certo “Giovanni o’ schifo” che ogni pomeriggio partiva da Ischia, arriva a Piazza degli Eroi, il confine prima del porto, sputava dall’altra parte e pronunciava una frase : “Io vi schifo!”

E’ probabile che per denigrare i foriani si usasse una terminologia che per secoli ha rappresentato paura e morte: una invasione di saraceni o i turchi era il terrore massimo.

Questa espressione viene quindi usata soprattutto in termini dispregiativi.
Così come i Casamicciolesi si rappresentavano come “fanatici e fessi”  le ingiurie non risparmiavano gli altri “campanili”: agli abitanti di Moropane era riservato il detto: mala gente, malo pane, pure l’erba è fetente.

Insomma il nostro sangue è un po’ arabo, ebreo, spagnolo e francese e un po’ unno, ma non ci sono prove storiche di una etnia predominante.
Anzi la nostra storia è la prova delle migrazioni, di un’isola che è stata il crocevia di tante culture e popoli diversi.

 

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