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La storia dell’anima e l’Epomeo

Il primo libro di cui trattiamo è  di Capece Tomacelli,  “Cronache del secolo XVI” che  racconta un “inedito” della nostra storia e ci serve a capire come la cultura araba e comunque del Mediterraneo abbia influito sulla nostra mentalità: quello legato ad una disputa teologica di grande importanza nella storia del Cattolicesimo.

Una storia legata anche ad un poco conosciuto terremoto o principio di “eruzione”, avvenuto nella notte del 22 e il 23 febbraio del 1537.
Nel 1516 la querelle tra Pietro Pomponazzi (1462-1525), Agostino Nifo (1470 ca. -1538) e Ambrogio Fiandino (1467 ca.-1532)  era l’argomento di principale importanza.
Quando Pompinazzi fa pubblicare a Bologna il suo Tractatus de immortalite animae in cui  afferma, sulla base della lettura di Aristotele, che per l’anima fosse impossibile vivere se non a stretto contatto con il corpo e di conseguenza non si poteva dimostrare la sua immortalità, scoppia una grande confusione negli ambienti scientifici e culturali.
L’opera fece enorme scalpore tanto da essere bruciata pubblicamente a Venezia e, come normale che fosse, vide numerosi interventi contro l’opera di Pomponazzi. Il Papa, Leone X si preoccupò tantissimo sia per effetti catastrofici della tesi di Pomponazzi sia per le polemiche scatenate. A questo punto il Papa chiama un altro grande teologo e filosofo: Agostino Nifo di Sessa Aurunca chiedendogli di confutare la tesi.
Agostino Nifo – e questo è veramente inedito –  sceglie l’eremo dell’Epomeo di Ischia per meditare e scrivere il suo saggio.
Epomeo è un’altra parola medievale, quindi di origine greco-bizantina e significa “guardare dall’alto”.
Dove poteva  meditare quindi il nostro filosofo  su un tema così importante se non sull’Epomeo?
Ecco cosa ci dice del suo eremitaggio Orazio Tomacelli, nel libro dato alle stampa dal suo erede il barone Domenico Capece Tomacelli nel 1887 : “della sapienza dei dottori arabi Alfarabio Avicenna Averroe Albumazar,  e la traduzione dell’idioma arabo di Aristotele fatta Averroè.”
Tra l’altro ci dice che Nifo aveva studiato la virtù delle erbe degli antichissimi libri degli indiani, dalle memorie rimaste dei persiani dei medi de fenici dei siri e degli egiziani e dei greci nei più asconditi loro secoli, né ignorava sopra ciò le dottrine ricevute in Italia dagli oschi, dagli umbri e da tirreni  e i mille secreti da distillare da spremere da comporre diverse radici di sughi da radici dai fiori, dalle cortecce, e dai frutti. Delle opere di Esculapio era versatissimo….  aveva infine apparata l’astronomia, aveva letto libri di botanica,  chimica e fisica e poi gli era piaciuto vedere in che cosa consisteva l’alchimia. Aveva gustato la matematica e l’aritmetrica e appresso si era volto alla conoscenza della cabala.
Ecco chi era Agostino Nifo che nel 1536 “annunziò ai colleghi dottori dell’università di Napoli il suo ritiro a Ischia e s’intanò nei crepacci, supremi della sua montagna, portò seco libri e suppellettili attinenti agli studi suoi e un solo discepolo predilettissimo, a nome Pietro Buldo.”
Tomacelli prosegue: “Nella notte del 22 e il 23 febbraio del 1537 il Nifo scosse “un insolito esalar di fumee solforose dalle cime del monte e intese un rombar cupo e profondo, un mugular sotterraneo. Comprese che una qualche dissonanza di fuochi dalle viscere della terra stava per convolgere a precipizio i clivi di quelle lande. Temè per la vita de contadini e pescatori,  chiamò in fretta Pietro lo pregò scendere   a salute de miseri per destarli dal sonno e farli fuggire  a alla marina sotooposta o a dossi di Panza e Marecoco, ove forse non giungerebbe il flagello.”
Che cosa vide Agostino Nifo? Un terremoto o una eruzione abortita?
Essendo un episodio inedito non trova riscontro nella storia dei terremoti dell’isola d’Ischia né nelle cronache storiche  riportate dall’Osservatorio vesuviano.
La storia dei terremoti locali è da riscrivere: in occasione del terremoto di Casamicciola dello scorso anno ho scoperto  in emeroteca in un giornale locale la cronaca di un terremoto del 1906 a Forio, registrato da Giulio Gablovitz.

Chiaramente,  ho segnalato ai ricercatori dell’Osservatorio questo episodio e due ricercatrici stanno effettuando una ricerca in emeroteca sui fenomeni sismici non riportati e finora sconosciuti.
Fatto sta che l’immortalità dell’anima nel cattolicesimo è salva grazie all’opera di Nifo, il quale l’anno seguente, dopo il soggiorno ischitano, nel 1538 muove.

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