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Truman Capote

Non ricordo perché mai ci siamo venuti, qui a Ischia. Se ne parlava molto, sebbene pochi sembrassero averla effettivamente vista – tranne magari come un ombra azzurrina, frastagliata, osservata oltre un braccio di mare da un’altura della sua celebre vicina, Capri. Certuni sconsigliavano Ischia per motivi, ricordo, piuttosto agghiaccianti: “Ti rendi conto che c’è un vulcano attivi? E lo sai di quell’aereo?” Un aeroplano, in volo di linea dal Cairo a Roma, andò a schiantarsi contro una montagna di Ischia: c’erano tre superstiti, ma nessuno li ha rivisti vivi, poiché furono uccisi a colpi di pietra da caprai decisi a saccheggiare il relitto. Quindi noi guardiamo il biaccoso panorama di Napoli svanire all’orizzonte con contrastanti aspettative. Era una giornata classica, un po’ freddina per il meridione d’Italia in marzo, ma frizzante e altera come un aquilone, e la Principessasolcava il golfo come uno sfrontato delfino. Era una barca piccola e civile, con un piccolo bar e una clientela alquanto outrèe: galeotti diretti all’isola-prigione di Procida o, all’estremo opposto, novizi in viaggio per il monastero di Ischia. Naturalmente, c’erano anche passeggeri meno drammatici: isolani che erano andati a fare compere a Napoli e anche alcuni stranieri – straordinariamente pochi, però. Capri è l’asso-pigliatutto turistico.

Le isole sono come navi perennemente all’ancora. Sbarcarvi è come percorrere una passerella: si è presi dalla stessa sensazione di trovarsi magicamente sospesi: diresti che nulla di volgare o scortese può accaderti; e allorché la Principessaentrò nella caletta di Porto d’Ischia. Alla vista dei tenui, scorticati colori pastello delle case intorno, il paesaggio ti parve tanto intimo e soddisfacente quanto il battito del tuo stesso cuore. Nella fretta inciampai e caddi: mi si ruppe l’orologio. Ciò aveva qualcosa di simbolico, fin troppo evidente. Di primo acchito, era chiaro che Ischia non era un posto per la fretta e la furia della ore. Le isole non lo sono mai. Direte, suppongo, che Porto d’Ischia è il capoluogo dell’isola; ne è comunque la città più grande e persino piuttosto elegante. La maggior parte di quanti vengono ad Ischia raramente si spostano da qui, poiché vi sono eccellenti alberghi e belle spiagge e, appollaiato su un’altura come un gigantesco falco, il castello rinascimentale di Vittoria Colonna. I tre altri centri di discrete dimensioni dell’isola sono più scabri. Lacco Ameno, Casamicciola e, all’opposta estremità, Forio. Era a Forio che intendevamo stabilirci. La raggiungemmo su un carretto, attraverso un verde crepuscolo e sotto un cielo di stelle primaticce. La strada percorreva alture prospicienti il mare, dove pescherecci illuminati da torce scivolavano sotto di noi come brillanti ragni d’acqua. Volteggiavano nottole nell’aria che imbruniva; buona sera buona sera, auguravano fioche voci serali lungo la strada; e greggi di capre, inerpicandosi sui colli, belavano come flauti arrugginiti; il carretto attraversò una piazza di paese – non v’era elettricità e nei caffè l’ingannevole luce delle candele e lumi a petrolio affumicava le facce degli avventori, tutti maschi. Due ragazzini ci inseguirono nell’oscurità oltre il paesino. Si aggrapparono ansanti al carretto quando imboccammo una ripida salita, e il nostro cavallo , presso la sommità, emetteva nell’aria gelida una nuvola di vapore. Il carrettiere schioccò la frusta, il cavallo sbandò, i ragazzini indicarono. Guarda. Era apparsa Forio, ancora distante, bianca di luna, lambita dal mare mormorante, da cui si levarono i rintocchi del vespro come un frullo di uccelli. Molto bella? Disse il carrettiere. Molto bella? Dissero  i ragazzini. Quando rileggi un diario, di solito sono le annotazioni meno ambiziosi, gli appunti buttati giù per caso, che, a rivederli, arano un solco nella tua memoria. Per esempio: “ Oggi Gioconda ha lasciato nella stanza un assortimento di foglietti colorati. Sono un regalo? Per contraccambiare la boccetta di colonia che le ho dato? Possono servire da graziosi segnalibri”. Ciò suscita echi. Innanzitutto, Gioconda. E’ una bella ragazza, sebbene la sua bellezza dipenda molto dall’umore: quando ha le paturnie, e le capita spesso, assomiglia a una ciotola di fiocchi d’avena freddi; allora passano in seconda linea lo splendore dei suoi capelli e la dolcezza dei suoi occhi mediterranei. Certo, si ammazza di fatica: qui alla pensione, dove riassetta le camere le camere e serve a tavola, si alza all’alba e, spesso, sfacchina fino a mezzanotte. A dir la verità, è fortunata ad avere un posto, poiché la disoccupazione è il problema più grave dell’Isola; molte ragazze non chiederebbero di meglio che soppiantarla. Tenuto conto che qui non c’è acqua corrente ( con tutto ciò che comporta), Gioconda ci rende la vita notevolmente comoda. Questa è la pensionepiù gradevole di Forio, e neanche tanto cara: disponiamo di due grandi stanze, con l’impiantito di piastrelle e alte portefinestre che danno sui balconcini di ferro prospicienti il mare; il cibo è buono, e addirittura troppo abbondante: cinque portate e vino a pranzo e cena. Tutto compreso, ci viene a costare circa cento dollari al mese. Gioconda non parla inglese e il mio italiano è. . . lasciamo stare. Tuttavia, ci scambiamo confidenze. Aiutandoci con la mimica e con vocabolarietti tascabili riusciamo a comunicarci una sorprendente quantità di cose. . . ma con le torte combiniamo sempre dei pasticci: nei giorni di maltempo, quando non c’è altro da fare, ci sediamo in cucina e facciamo esperimenti con ricette di dolci americani(“Toll house, che è?”), ma, impegnati come siamo a consultare i dizionari, trascuriamo la cottura. . . di qui i continui insuccessi. Gioconda: “L’anno scorso, nella stanza dove siete voi, c’era uno di Roma. E’ proprio una meraviglia Roma, come diceva lui? Devi venirmi a trovare a Roma, mi diceva, non hai niente da temere perché sono veterano di tre guerre: la prima guerra mondiale, la Guerra d’Abissinia, e la Seconda guerra mondiale. Vedi, quant’era vecchio. No, non ho mai visto Roma. Certi amici miei ci sono stati e mi hanno mandato cartoline. Conosci la donna che lavora alla posta? Credi al malocchio? Lei è una iettatrice. Lo sanno tutti. E’ per questo che la lettera per me dall’Argentina non arriva mai”. Non ricevere questa lettera dall’Argentina è la vera causa dell’infelicità di Gioconda. Un amante infedele? Non ho idea; lei si rifiuta di parlarne. Molti giovani italiani sono emigrati in Sudamerica in cerca di lavoro. Ci sono mogli, qui, che hanno aspettato cinque anni prima che il marito fosse in grado di chiamarle. Ogni giorno, quando rientro dall’ufficio postale, Gioconda mi corre dietro. Andare a ritirare la posta è un compito che mi corre incontro. Andare a ritirare la posta è un compito che mi sono dato da me. E’ un occasione per incontrare gli altri americani che vivono qui: ce ne sono quattro, attualmente, e ci si ritrova al caffè di Maria, sulla piazzetta ( dal diario: “Tutti sappiamo che Maria annacqua il vino e i liquori. Ma li annacqua con acqua? Dio, mi sento malissimo!”). Con il sole che ti scalda, e la tenda di bambù di Maria che tintinna alla brezza, non c’è posto più gradevole di questo per attendere il postino. Maria è una tracagnotta dalla faccia da zingara, indolente e scettica per natura; di qualsiasi cosa tu abbia bisogno qui, da una casa a un pacchetto di sigarette americane, lei può provvedere. Alcuni dicono che è la persona più ricca di Forio. Non ci sono mai donne nel suo caffè; dubito che sarebbe loro consentito l’ingresso. Sul far del mezzogiorno, il paese converge verso la piazzetta: simili a merli, gli scolari, in grembiule e zoccoli di legno, scorrazzano e cantano per le strade; squadroni di disoccupati oziano sotto gli alberi, ridendo fragorosamente – le donne che passano davanti, abbassano gli occhi. Quando arriva il postino, consegna a me le lettere per la nostra pensione. Allora mi tocca affrontare Gioconda. Certe volte mi guarda come se fosse colpa mia, che quella lettera non arriva mai, come se mio fosse il malocchio. Una volta mi ammonì di non tornare a mani vuote; quindi le portai una boccetta d’acqua di colonia. Ma quei foglietti di carta multicolori che avevo trovato nella mia camera non erano, come avevo supposto, un contraccambio per il dono. Andavano bensì lanciati come coriandoli sulla statua della Vergine che, giunta da poco sull’isola, veniva portata in processione di paese in paese. Il giorno in cui la Vergine era attesa a Forio, ogni balcone veniva addobbato con tovaglie di lino e di pizzo, o anche vecchie coperte se la famiglia non aveva di meglio; le strade erano festonate e inghirlandate di fiori, le vecchie indossavano gli scialli della festa, gli uomini si impomatavano i mustacchi, qualcuno prestò all’idiota del paese una camicia pulita, e i bambini, vestiti di bianco, avevano ali d’angelo di cartone dorato con cinghie alle spalle. La processione sarebbe entrata in paese e passata sotto il nostro balcone verso le quattro. Allertati da Gioconda, eravamo tutti affacciati ai balconi a quell’ora,  prontia lanciare carta colorata e a gridare, come ci aveva insegnato: Viva la Vergine Immacolata!Prese a cadere una fitta pioggerella; alle sei cominciò a fare scuro, restammo al nostro posto. Un prete, dal cipiglio seccato, e con la sottana nera al vento, passò rombando in motocicletta: era stato inviato a sollecitare la processione. Al calar della notte, poi, furono accesi lumi a petrolio lungo l’itinerario della processione. A un tratto, incongruamente, si udì una fanfara di una banda militare, e da ogni parte guizzarono fiammelle con uno spaventoso crepitio, per salutare la Vergine in arrivo: dondolando su una portantina coperta di fiori, aveva il volto coperto da un velo nero ed era seguita da un lungo corteo di isolani. Adorna di gioielli, era anche carica di orologi d’oro e d’argento: al suo passaggio, attorniato da religioso silenzio, si udiva soltanto l’incantevole, surrealistico rumore di quegli orologi votivi:tic-tac tic-tac. Gioconda ci rimase male, più tardi quando ci vide che avevamo ancora in mano i foglietti di carta colorata: nella nostra eccitazione, ci eravamo scordati di lanciarli. “5 aprile. Una lunga, pericolosa passeggiata. Abbiamo scoperto una nuova spiaggia”. Ischia è petrosa, un’isola rupestre che fa pensare alla Grecia o alle coste dell’Africa. Vi sono aranci, limoni e sulle pendici terrazzate crescono vigne: il vino di Ischia è molto pregiato, ed è qui che si produce il Lachrimae Christi. Appena uscito dal paese, ti imbatti in sentieri che si inerpicano fra i vigneti, dove le api sono come una bufera di neve e le lucertole scintillano verdi sulle foglie novelle. I contadini sono bruni e tozzi come terraglie e hanno occhi da marinaio. Poiché il mare è sempre con loro. Il sentiero litoraneo passa sul ciglio di rupi vulcaniche a strapiombo: in certi punti conviene chiudere gli occhi, in fondo ai precipizi le rocce sono simili a dinosauri addormentati. Un giorno, passeggiando sulle rupi, abbiamo trovato un papavero, poi un altro: crescevano isolati fra le pietre scure, come campanelle cinesi attaccate a una cordicella tesa. Ed ecco quel sentiero di papaveri a condurci, in discesa, a una strana spiaggetta nascosta. Era circondata dalle rupi e l’acqua era così limpida che si vedevano gli anemoni sul fondo e i pesci guizzare come dardi. Non lontani dal lido, emergevano scogli piatti simili a zattere; e noi sguazzavamo dall’uno all’altro. Volgendo lo sguardo in alto, sotto il sole, oltre le  rupi nere vedevamo verdeggiare i vigneti sulle pendici di una montagna annuvolata. Nella roccia il mare aveva scavato una seggiola, ed era un piacere senza pari sedere là e lasciarsi investire dalle onde. Del resto non è difficile trovarla, a Ischia, una spiaggetta privata. Ne conosco almeno te, dove non va nessuno. La spiaggia più vicina a Forio è cosparsa di reti da pesca e barche rovesciate. E’ su questa spiaggia che incontrai per la prima volta la famiglia Mussolini. La vedova del Duce e tre dei loro figli vivono qui in quello che suppongo sia un volontario esilio. C’è in loro qualcosa che mette malinconia e tristezza. La figlia è giovane, bionda, zoppica e dev’essere spiritosa: i ragazzi del luogo che parlano con lei sulla spiaggia sembrano ridere in continuazione. La signora Mussolini, come qualsiasi altra donna dell’isola, la vedi spesso vestita dimessamente di nero, arrancare in salita con il peso di una sporta che rende pencolante la sua figura. E’ di solito priva di espressione, ma una volta l’ho vista sorridere. C’era un uomo di passaggio per il paese con un pappagallo che, col becco, pescava pianete della fortuna da una conca di vetro, e la signora Mussolini, soffermatosi per consultarlo, lesse il proprio avvenire con un espressione leonardesca sulle labbra. “ 5 giugno. Il pomeriggio è una mezzanotte bianca”. Ora che è arrivato il caldo, i pomeriggi sono simili a notti bianche; le persiane sono chiuse, le strade dormono. Alle cinque le botteghe riapriranno, una folla si radunerà sul molo per dare il benvenuto alla Principessa, e più tardi tutti passeggeranno sulla piazza, dove qualcuno suonerà la chitarra, il mandolino, la fisarmonica. Ma adesso è controra, e vegli solo il cielo azzurro, sereno; canta il gallo. Vi sono due idioti in paese, e sono amici fra loro. Uno porta sempre con sé un mazzo di fiori che, quando incontra l’amico, divide in due parti uguali. Tenendosi per mano, con i fiori nell’altra, essi passeggiano lungo la spiaggia del molo. Dal mio balcone li vedo, talvolta, seduti fra le reti da pesca e le barche tirate a secco, le teste rapate scintillanti al sole, gli occhi pallidi come lo spazio. La mezzanotte bianca è fatta per loro; è l’ora in cui l’isola è tutta per loro.

Siamo qui da quattro mesi. E’ trascorsa la primavera, le notti si son fatte via via più calde, il mare si è atto più cheto, l’acqua verde, ancora invernale di marzo è diventata azzurra in giugno, e le vigne, prima grigie e stecchite, sono ora cariche dei primi grappoli verdi: Sono venute al mondo le farfalle e sui monti vi sono molte cose dolci per le api. Nel giardino, dopo la pioggia, riesci appena appena, sì, ad udire sbocciare i fiori. Ci si sveglia di buon’ora – è un segno dell’estate – e si indugia la sera fino a tardi, e anche questo è un segno. Ma è difficile rientrare in casa, queste sere: la luna si fa più vicina, ammicca sull’acqua con un pauroso splendore; e sul parapetto della chiesa dei pescatori, che si protende sul mare come la prora di una barca, i giovani passeggiano bisbigliando avanti e indietro, e per la piazza e poi dentro una segreta oscurità. Gioconda dice che è stata la primavera più lunga che lei ricordi: la più lunga, vale a dire la più bella.

(tratto da.Ritratti e appunti di viaggio,traduzione di P. F. Paolini, Mondadori, Milano 1999)

2 Comments

  • John Snow Posted 5 February 2016 13:46

    What a nice article. It keeps me reading more and more!

    • Mike Newton Posted 5 February 2016 13:47

      Love this wonderful idea!! Thanks for sharing!

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