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Le fiabe di Stora, una comunita ischitana in Algeria

Un racconto di paura

 

 

Era una notte d’estate, era di sabato, il tempo era buono e così uscimmo per andare a pesca di scampi.  In barca eravamo in quattro e verso mezzanotte o l’una del mattino, non avevamo pescato ancora nulla, non abboccavano, non toccavano neanche.

Siccome l’indomani era domenica ci dicemmo: – Beh, andiamocene -. Il tempo era buono ed era veramente una bella notte. Ci mettemmo tutti e quattro ai remi e vogavamo per tornare al porto.

Quando arrivammo all’altezza della spiaggia che chiamavamo Albertini (Albertini era stato un sindaco di Stora), decidemmo di fermarci un po’: – Fermiamoci un poco, tiriamo su i remi e fumiamoci una sigaretta -. Io non ho mai fumato, ma tirai su i remi come tutti quanti gli altri.

All’improvviso, portato da un soffio di vento che non avrebbe spento neanche un fiammifero, sentimmo uno zufolo; suonava una polka tanto bella che ti veniva voglia di ballare.

Così uno degli uomini a bordo, Jean,  che mi chiamava «caporale», mi prese e disse:

– Caporale, facciamoci una polka – , tanto era affascinante quella musica.

– Ma da dove viene?-. Pian piano si avvvicinava.

– Non dev’essre così lontana -.

C’era un bel chiaro di luna, vedevamo abbastanza lontano; eravamo giovani, avevamo una buona vista, ma non c’era mezzo di scorgere qualcosa.Ci voltavamo a sinistra, niente; ci giravamo a destra, davanti, didietro, ma  non vedevamo nulla.

Uno di noi allora disse: – Sembra  che venga di là, prendiamo i remi e andiamo in quella direzione -, ma non era là.

– Ma no, viene da lì –  e andanmo dall’altra parte. Insomma non vedevamo niente.

Passammo un quarto d’ora in quel modo. Alla fine ci impaurimmo.

– Insomma, la musica  è così vicina e con questo chiaro di luna non riusciamo a vedere niente?-.

Allora ognuno cominciò a pensare al peggio: –  Prendiamo i remi e andiamocene! -.

Passato il faro di Serugina, di nuovo:  – Fumiamoci una sigaretta -.

Stavamo per levare i remi quando vedemmo una barca, una specie di baleniera, bassa e lunga una ventina di metri. A bordo c’erano una ventina di uomini che remavano verso terra, ma non erano molto lontani dalla riva, forse erano ad un centinaio di metri. Li sentivamo parlare, ma non capivamo nulla di ciò che dicevano. Parlavano lingue di ogni specie, non so quali, ma noi non capivamo niente, assolutamente niente!.

E per la seconda volta quella notte avemmo paura: – Cosa sarà? Cosa sarà? -.

Eravamo veramente impauriti.

Afferrammo i remi e ci dirigemmo velocemente verso casa. e quella volta puntammo direttamente sul porto!  Prima di entrare, passammo nel canale tra il banco di sabbia e la riva,  girammo e puntammo verso terra .Vedevamo abbastanza bene a terra.

A quel punto notammo un uomo che, uslla punta estrema del molo, si alzava e si abbassava, e che uomo, se era un uomo!  Io non so, era coperto, ma doveva essere alto almeno tre metri. Si abbassava e si alzava, si abbassava e si alzava!

E allora facemmo rotta un pò più a Nord, per allontanarci, perché avevamo paura. Facemmo il giro più lungo per ritornare a terra. Eravamo tutti  muti, spaventati.

Arrivati a riva io dissi:  – Restiamo in rada,  qui, nel porto. Io ho paura, non vado a dormire -. Un’ altro disse la stessa cosa ma mio fratello, che era il più giovane di noi, disse:- Io invece vado a casa -.

Così decidemmo di tornare tutti alle nostre case. Lasciamo la barca e ognuno prese la propria strada.

Quando giunsi nel corridoio di casa mia, era tutto buio,  perché a quell’ epoca non c’era la luce. Nei corridoi  delle case poteva forse esserci qualche lanterna, ma dove abitavo io non ce n’ erano. Abitavo al terzo piano. Quando arrivai al secondo, qualcosa, non so cosa, forse doveva essere un gatto, nel buio assoluto, mi batté sul petto.

A quel punto, dopo tre spaventi uno dietro l’altro, caddi a terra di schianto!

 

[ Informatore: Antoine Boccanfuso]

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