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La festa del Santo Patrono

di Giuseppe Valentino

 

La sera c’era la festa in paese con la banda, i fuochi pirotecnici, le bancarelle. L’estate volgeva al tramonto, l’aria cominciava a essere pungente al calar del sole.

I contadini preparavano i palmenti per l’imminente sagra della vendemmia. Era la festa che diceva addio alle giornate calde, e timidamente, porgeva il benvenuto all’avanzante autunno.

Gli occhi della gente brillavano di gioia, le mamme vestivano i figli con i modesti abitini acquistati in serie, gli uomini dimenticavano gli affanni di tutti i giorni, i bambini correvano felici verso la chiesa, i giovanotti mettevano la brillantina nei capelli per farli luccicare, le ragazze da marito si facevano belle.

Era la festa del Santo Patrono, usciva la processione, la banda musicale era di un altro paese: nel suo programma c’erano opere famose come la Carmen, Rigoletto, i Pagliacci, la Traviata, eccetera.

Il comitato per i festeggiamenti al Patrono aveva fatto le cose in regola: palco eretto al centro della piazza per il complesso musicale, accordo raggiunto con i due tecnici dei fuochi perché si cimentassero in una sportiva gara (al vincitore sarebbe andato un premio in danaro); sistemazione dei musicanti per la notte, preparativi relativi all’uscita della processione con altri sacerdoti chiamati dai paesi vicini. Tutto in regola.

Si ricominciava a vivere, la guerra era appena finita, le tradizioni avevano resistito…

I compaesani emigrati nel Nord America avevano ripreso a mandare i dollari al parroco perché si riprendesse a festeggiare il santo patrono.

Il parroco diceva sempre che i soldi non bastavano mai, lo diceva anche prima della guerra e così durante la pigiature dell’uva mandava in giro per le cantine un suo fiduciario a raccogliere un’offerta in vino che conservava in un fusto nel locale dietro la chiesa: Poi vendeva il vino ai sensali. Il ricavato, diceva, serviva per la festa.

L’uomo del parroco regalava una figurina del patrono ai contadini che gli davano il vino, mezzo barile, un barile, un quarto, a secondo la produzione dei singoli produttori. Chi possedeva di più, dava, ovviamente, di più.

La figurina del Santo veniva incollata sui grossi fusti perché proteggesse il vino preservandolo dal deterioramento: era tutta la ricchezza di quei contadini. Se il vino si guastava, divenendo aceto, era la fame per tutto l’anno.

La guerra finita da poco, aveva lasciato dietro di sè il ricordo di una miseria squallida, di una fame che chi l’ha sofferta non potrà mai dimenticare.

Ora c’era un po’ di pane, si poteva acquistare della pasta, un po’ di olio, insomma si potevano soffocare i crampi allo stomaco.

Nella folla che accompagnava la processione, molte donne erano vestite ancora a lutto: le madri dei ‘dispersi’ in guerra. Mai più avrebbero abbandonato la veste nera. Gli uomini, i padri dei Marò, portavano una vistosa fascia nera cucita sulla manica destra della giacca e ciò stava ad indicare che il dolore era vivo e con esso anche la speranza di rivedere un giorno i propri figli.

Ormai io ero un giovanotto di 19 anni, l’età in cui, vigorose e irrazionali sono le illusioni, presuntuose le speranze, fastidiosi i ricordi del passato.

Mi sentivo un uomo e una sconfinata fiducia in me stesso alimentava una ingiustificata euforia per il futuro. Credevo il mondo una campana di vetro nella quale si potesse guardare senza occhiali deformanti, senza timori di scoprire angoli segreti.

Le primavere trascorse non avevano insinuato nessun dubbio nel mio animo primitivamente ingenuo; niente che potesse aiutarmi a costruire una corazza di protezione attorno alla mia fragile impalcatura psicologica nella quale ero rinchiuso, beatamente, serenamente rinchiuso.

Quel giorno di festa mi sentivo particolarmente felice, perché vedevo la gente sorridere di nuovo, i focolai accesi e i caminetti sbuffando. In mattinata m’ero confessato, confidando sommessamente al confessore ‘tutti i miei peccati’.

Assolto. Sette pater nostro di penitenza.

Dopo pranzo, ottimo pranzo (le feste servono soprattutto a favorire la buona tavola), lasciai subito la casa per correre a trovare i miei amici coetanei, con i quali iniziammo una serie di avvincenti e polemiche partite a bocce.

Giocammo fino all’ora in cui doveva uscire la processione. Ritornai a casa con una carica di appetito che scandalizzò mia madre che mi chiese come mai volevo mangiare di nuovo Un pezzo di pane con olio e pomodoro, una spruzzatina di acqua in faccia, e via di nuovo in piazza. Avevo vinto al gioco delle bocce e mi sentivo importante, il più bravo di tutti i miei avversari, ritenevo giusto pavoneggiarmi con tanti soldini in tasca che tintinnavano rumorosi.

Trovai la chiesa affollata di bambini e di donne: un gruppo di uomini discutevano ai piedi del trono del patrono su chi doveva portarlo in spalla. Avanzai la proposta anch’io; volevo sentirmi più importante quel giorno facendomi vedere in giro con un’ala del baldacchino del santo poggiato sulla mia spalla.

Il gruppo mi rise in faccia: erano già tanti i candidati al trasporto del patrono: ,i trattarono come un ragazzino che non ce la faceva nemmeno a sopportare il peso di un carico simile

Mi dissero che portare il Santo è un onore, e l’onore si paga; Mi sembro una bestemmia: per portare il Santo si doveva pagare

Il buon umore svanì, sostituito da un senso di depressione. Pensai che era una cosa assurda: un fedele vuole portare la statua del patrono in giro, si vuole sobbarcare ad una fatica e deve anche pagare

La parrocchia aveva bisogno di soldi. Mio Dio, pensai, quanti soldi ti occorrono per intercedere in nostro favore?

I dollari dei compaesani americani, l’offerta in moneta spicciola dei parrocchiani, il vino, ed ora il pagamento anche per portare il Santo!

Essere liberati dal peccato costa davvero troppo! Meglio non chiedere assoluzioni.

Umiliato e confuso uscii dalla sacrestia lasciando il gruppo ai uomini verbalmente impegnati a disputarsi il diritto di portare il Santo in giro sulle proprie spalle: il diritto sarebbe andato a chi ‘offriva’ di più per la chiesa.

Ritengo superfluo aggiungere che vinceva sempre chi aveva più soldi. Gli uomini ‘scelti’ per tanto compito nobile erano quasi sempre i più ricchi del paese, i quali, conclusasi la processione, invitavano gli amici più intimi per una bicchierata in una delle tre bettole del paese.

Era un modo come un altro di sentirsi importanti.

La piazza, ampia e rettangolare, brulicava di bambini che si rincorrevano gioiosi e teneri, agitando festosamente i modesti giocattoli acquistati sulle bancarelle dalle madri. Giovanotti della mia età saltavano le tre colonne a forma di cuneo alte oltre un metro che delimitavano la piazza dalla strada.

Gli uomini formavano crocicchi negli angoli della piazza, in attesa che uscisse la Santa Processione; i proprietari delle sgangherate bancarelle richiamavano l’attenzione dei ragazzi e dei loro accompagnatori, gridando a gola spiegata: “Noccioline americane, bambole, belle bambole, datteri, trombette, eccetera”. L’animazione andava crescendo; tutto era pronto per l’uscita del Santo: le figlie di Maria già incolonnate, bimbi vestiti da angioletti, vecchi appartenenti alla congrega del Sacro Cuore, anziane signorine nubili che passavano più tempo in chiesa ad aiutare il parroco che a casa propria, tutto era pronto per attraversare le strade principali del paese tra i canti liturgici dei fedeli e le note fanfaresche della banda. Le donne avevano tappezzato i balconi delle abitazioni con le più belle e pregiate coperte che possedevano, coperte tirate fuori dalla cassa della biancheria per la lieta occasione: le chiamavano le coperte di San Giovanni Battista perché mai avevano rivestito i letti delle proprietarie ma solo il balcone in segno di omaggio e di venerazione per il Santo Patrono.

Una volta passata la processione, le coperte ricamate venivano rimesse nei grossi cassoni e riportate alla luce l’anno dopo.

Dopo quattro, cinque anni di guerra, durante la quale le feste ai santi venivano celebrate come se si trattasse di cose proibite, la gente ora voleva esternare tutto il suo amore e la sua gioia per la ritrovata serenità.

La lunga processione era ormai lontana; le note della banda giungevano affievolite, come un eco indistinto.

Pensai che se non era stato possibile portare in spalla il Santo, meglio non andare neanche dietro la processione.

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