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PASOLINI

Esco dal mio albergo. Piove ancora un poco. Sono solo. Solo, e porto in giro i miei due occhi, più ingenui e contenti di quel che credessi. Solo: io e Ischia. Io e migliaia di cose, migliaia di persone. Tutto nuovo.

Scende la sera. L’intera Casamicciola è sul suo porticciolo. Nativi e villeggianti si confondono: è la piena sagra dei grandi giorni d’estate. Prendo un piccolo pullman, anzi pulmàn, e in dieci minuti arrivo a Porto d’Ischia. È già sera. Ma questa è una città! La pace di Casamicciola è un sogno. Qui vie, vicoli, lungomari sono scintillanti, la gente è un fiume.

Giro e guardo fino a morire di fame. Urge un ristorante. Un giovane marittimo mi porta in un posto che mi assicura buono. Scendiamo verso il mare: tutto è buio, il mare sbadiglia qua sotto, come un enorme cane addormentato. «Michele» sorge su delle palafitte : è deserto, ci sono solo figlie e amici del padrone: è la loro sera estiva, e, a pancia all’aria, chiacchierano nella loro misteriosa lingua «Ne, Miche! ci sta da mangiare?»  fa la mia guida, tremebonda per il suo prestigio, e perciò col piglio feroce del guappo. C’é, c’é. Si mangia anche bene. Michele si siede un pò accanto a noi: ha la faccia ch’è tutta una parola ma non parla. Grasso, unto, nero, asmatico come un eroe di Andersen, dà poche notizie assolute.«Quanto costa qui la pensione?» chiedo. Fa la faccia mesta, minimizza col tono della noia, del risaputo, del normale, del modesto la risposta: «Tremila lì», a cui attacca un «re» ch’è un soffio. «C’é qui qualche personaggio importante?». Prima non capisce, poi afferra e, paziente, tenendo la ciccia molle e nera delle ganasce: «Cé sta un’attrice della Warner Brosse, ma nun saccio ‘o nome». Beh, Ischia è scoperta, ma, meno male, gli ischitani ancora non lo sanno.

Arrivano sei: tutti sui diciotto anni, tre maschi e tre femmine. Romani. Ordinano, le ragazze facendo la lagna alla De Luca-Panaro, i maschi col flebile malandrinismo dei figli di papà studentini. Si comportano alla milanese. Sono autonomi, cenano soli, ridono e parlano senza dire niente.

Andandomene sento l’ultima frase di una pischella che fa, a un maschio: «Beviamo nello stesso bicchiere, tanto ormai……».

Sul porticciolo di Casamicciola c’è ancora un po’ di gente:  sono guappetti, alcuni stagionati, ma sempre fermi lì a quell’ eterna età del meridione, l’età di Narciso.

Prendo per la prima volta coscienza dell’esistenza dei loro mezzi: le motocarrozzelle. Sono i calessini dei «coolies» cinesi, attaccati a una vespa. Di legno compensato, hanno la nobile forma panciuta delle botticelle, e sono stati accuratamente provvisti di tappettini, di bracciali, di cuscinetti. La Terra del Sole ha sempre un certo odore di chiuso. Mi avvicino a uno, biondo come una lumaca, selvatico, e mi metto d’accordo per il giorno dopo. È col coolie che mi va di andare a Sant’Angelo. Il piatto è fatto.

Torno alla cameretta del Savoia. Da anni non mi capitava di andare a letto come vanno i ragazzi, pensando con felicità al giorno dopo. Notte, fa presto a passare!

Il sole avvampa. Non c’è più un briciolo di nuvole nel cielo. La brezza mattutina gira come un angelo. Mi lavo, esco. La motocarrozzella è là, nel sole ancora dolce, con accanto il ragazzo spettinato e impastato di sonno. Si parte. Giù da Casamicciola, lungo il mare. Nei bar assolati la gente fa colazione. I primi bagnanti, col passo annoiato e concentrato che dà lo zoccolo, se ne vanno verso le loro care abitudini, gli operai lavorano come testuggini nere sotto il sole che ancora perdona. Due minuti e siamo a Lacco Ameno. Qui devo fermarmi! C’è quel famoso albergo di Rizzoli di cui tutti mi parlano. Eccolo lì, discreto, nitido, arieggiante l’archittettura locale ad archi moreschi, con accanto un calco di terme, pseudo neo-classiche, abbaglianti. Scendo. «C’è qualche personaggio, qui?» chiedo al mastino che sta accanto alle macchine, con la gloriosa visiera. Con affabulazione degna di Plauto mi mormora, come se fosse assente: «Ci sta il conte Visconti».

Bene. Entro nella hall, elegantissima. Cominciamo le ricerche. Come il solito, poveri camerieri napoletani girano, si rigirano, e non colgono mai il segno, si fanno in quattro e non risolvono mai niente. Devono sempre tristemente concludere, rovesciando indietro la testa, protendendo il mento e facendo «pct» con le labbra come se dessero un bacio al niente, al niente fatale, al no che li tormenta. Insomma guidato da un cameriere cerco Visconti per tutto l’albergo, dopo che gli è stato telefonato senza risposta in camera. Cerco e vedo: lo sporting, la piscina, la sublime spiaggetta, le terme…. Ritorno nella hall. Un cameriere allora va su in camera. È semplice: Visconti sta dormendo. Le teste si rovesciano indietro, i menti si sollevano, le bocche fanno pct con nello sfondo le pareti di uno dei più civili hòtels della Penisola.

Riprendo la corsa. Forio: ragazzaglia e sole, un bianco che acceca. L’interno, con l’Epomeo opaco, informe. A Panza stanno preparando luminarie, archi di lampadine, tra le bicocche di un paese senza villeggianti, beduino. Su ogni murato c’é qualcuno che dorme, con facce da zingaro. Poi ecco, isolato, fuori dal mondo, Sant’Angelo. La strada finisce, diventa un sentiero polveroso: su uno spiazzo tutto polvere accecante, un posteggio con le macchine roventi. Sotto lo strapiombo, una lingua di terra, di sabbia, con un mucchio di casette: in fondo a questa lingua un massiccio, un piccolo mostro, inaccessibile, di scogli e rocce, con una torre in cima.

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